CIG…go o non CIGgo, questo è il dilemma

CIG

Approfondimenti in merito alla natura giuridica dell’appalto pubblico

a cura di Vittorio Miniero

Il 7 settembre scorso sono trascorsi 7 anni dalla vigenza dell’istituto della tracciabilità dei flussi finanziari.

Dal 7 settembre 2010, giorno della vigenza della L.136/2010, le amministrazioni pubbliche hanno l’obblig o di chiedere un codice CIG per qualunque contratto di appalto e di concessione, indipendentemente dal valore del contratto.

La sanzione comminata dalla legge, se non si rispettano le regole disposte, è grave, ovvero la nullità del contratto di appalto, dalla quale discenderebbe inevitabilmente un danno erariale per l’amministrazione che avesse erogato denaro pubblico in esecuzione di un contratto nullo (e di conseguenza inesistente).

Da oltre 7 anni le amministrazioni si danno un gran daffare per “ciggare” qualunque cosa.

Il verbo “ciggare”, assente in ogni dizionario italiano che si rispetti, è entrato a far parte delle discussioni quotidiane di coloro che in qualche maniera si occupano di appalti.

Ebbene sarebbe bello che, dopo tutto questo sforzo pubblico profuso, qualcuno rendesse il conto dei risultati ottenuti per tramite di questo istituto.

Si ricorda che la L 136/2010 fu un pilastro nella politica di interventi contro la criminalità organizzata ed è stata la Legge sulla base della quale è poi stato approvato il Codice Antimafia (D.Lgs 159/2011).

Ma la tracciabilità dei flussi finanziari che risultati ha dato?

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