Appalti: semplificazione non semplicismo

messa in mora

La semplificazione e la sburocratizzazione di cui abbiamo bisogno  devono riguardare le procedure, i permessi, i tempi delle autorizzazioni, un più ampio e deciso uso delle conferenze di servizi e degli istituti del silenzio/assenso, tanto per fare un esempio – afferma Carla Tomasi Presidente FINCO – non certo le verifiche della qualificazione delle imprese e delle loro specializzazioni, né delle stazioni appaltanti, se non vogliamo continuare a versare  lacrime – ma di coccodrillo  a questo punto – ogni volta che crolla un ponte, che delle barriere di sicurezza si sganciano dalla sede autostradale, o anche, che un’opera d’arte subisca un danno irreparabile.

E’ necessaria una chiara programmazione dei lavori e dei relativi finanziamenti, con la corretta tempistica di progettazione per consentire la scelta del contraente; mantenere quindi alta l’attenzione sui programmi e sui tempi, per dare respiro alle opere pubbliche evitando inutili sprechi.

Durante la scorsa settimana – continua Carla Tomasi – i media hanno riportato  un forte dibattito su un imminente DL semplificazione che conterebbe anche previsioni in tema di  appalti:  se cioè – per sintetizzare – sia meglio ispirare questa semplificazione al modello ricostruzione del ponte Morandi o a quello dell’Expo, il primo che elimina in radice – sempre per essere brevi  – le procedure di gara, il secondo che alleggerisce le autorizzazioni, ma che ha visto impegnata Anac in un controllo serrato contro abusi e corruzione. Noi pensiamo che questi due modelli siano irripetibili per la emblematicità che li ha contraddistinti e non replicabili nella “normalità”.

La pesantezza dei processi autorizzativi può ben essere sostituita da una più snella autocertificazione, a patto però che il sistema disponga di un robusto e collaudato servizio ispettivo sia da parte della stazione appaltante che dell’appaltatore in autodisciplina, ma anche e soprattutto di un adeguato apparato ispettivo del Ministero delle Infrastrutture, di quello dei Beni Culturali e di ogni altra Amministrazione che bandisce una gara.

Questa triplice garanzia di controlli di “materialità” che deve arrivare alla verifica della reale idoneità di chi partecipa ad una gara ed esegue i lavori,  non esiste se non in minima parte: sia il direttore dei lavori che il RUP  spesso non mettono piede in cantiere,  magari sostituendo le visite con documenti e controlli virtuali;  per non parlare delle mancate ispezioni del Ministero delle Infrastrutture, anche quando le ispezioni sono obbligatorie per legge (si veda ad esempio il Dlgs 35/11 di conversione della Direttiva europea 2008/96/CE che prevede ispezioni ministeriali obbligatorie su tutte le strade nazionali e transnazionali e, dall’ormai prossimo primo gennaio 2021, estendibili a tutta la viabilità locale).

Burocrazia è anche resistenza dei pubblici dipendenti che preferiscono rimanere fermi – senza alcuno che sancisca questo comportamento –  piuttosto che  assumersi le responsabilità connesse al proprio ruolo.

In Italia abbiamo, tra le altre,  due eccellenze in materia di ispezioni: le Fiamme Gialle nel settore pubblico e le Assicurazioni nel settore privato.  Per dotare i LLPP dei triplici controlli di materialità di cui avrebbe bisogno per operare con credibilità una deregulation efficace (della stazione appaltante, dell’appaltatore e del MIT) sarebbe utile che i relativi responsabili andassero “a lezione” rispettivamente dalla Guardia di Finanza e dalle primarie compagnie  di Assicurazioni, il cui organico è in percentuale non irrilevante costituito da ispettori (tecnici, amministrativi di liquidazione di sinistri ecc.).

L’altro grande freno alla speditezza è costituito dalla scarsa liquidità degli impieghi. Si perdono anni per reperire fondi, anche se già stanziati; indi, gli stati di avanzamento dei lavori non vengono pagati con regolarità e di conseguenza i lavori si fermano e generano contenziosi esorbitanti: quando, alla fine, i soldi arrivano sono raddoppiati i tempi e i costi dell’opera e talvolta l’appaltatore, e tutti coloro che hanno lavorato per lui, è fallito.

Questo male oscuro per le opere pubbliche va combattuto con piani esecutivi tecnico-finanziari regolati da ferrei cronoprogrammi che rispettino le scadenze contrattuali (Bene intanto l’aumento dell’ammontare delle anticipazioni sui LLPP disposto con il Decreto “Rilancio”).

Basterebbero queste due cose, liquidità adeguata e ispezioni sui cantieri, per risolvere la più parte delle inefficienze dei LLPP, da non ricercare strumentalmente nella normativa  ma nella sua scorretta o inattuata esecuzione.

Anche la liberalizzazione del subappalto, di cui pur tanto si parla, realizzerebbe solo un’apparente semplificazione, in quanto potrebbe tra l’altro fornire una via di fuga pressoché totale dalle regole della sicurezza del lavoro, allargherebbe al massimo questa tradizionale porta d’ingresso alle mafie, e, non da ultimo, abbasserebbe di molto la qualità delle  specializzazioni che costituiscono la parte di eccellenza dei LLPP.

Lasciamo, pertanto, il Codice dei Contratti Pubblici  al punto di maggior semplificazione già realizzato dal Decreto c.d. “Sblocca-Cantieri” lo scorso anno, e concentriamo le forze su un’esecuzione dei contratti puntuale e ben controllata, facendo uscire i controllori dai loro uffici per proiettarli nei cantieri e gestiamo al contempo con criterio la liquidità che è un aspetto assolutamente decisivo anche e soprattutto in questo settore – conclude Carla Tomasi -”.

Roma, 28 maggio 2020

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1 commento su “Appalti: semplificazione non semplicismo

  1. Il commento della dottoressa Tomasi merita attenzione, ma pecca di “semplicismo”. Metto da parte la contrapposizione fra Imprese e PA, e ragiono nell’ottica di operare nel quotidiano per realizzare delle opere, o acquisire dei beni o dei servizi, ognuno facendo la propria parte. Questo stramaledetto RUP, vogliamo metterlo in condizioni di fare delle scelte? Perché non è che tutti i funzionari sono dei pavidi o degli incapaci, ma le scelte che devono operare sono un tassello di un mosaico di virgole e punti e virgola. Quell’articolo di dlgs che, spostando la virgola, ti condanna o ti assolve da un presunto abuso d’ufficio, una normativa che produce fiumi di Sentenze di Giustizia Amministrativa e di Giustizia Contabile, talvolta non del tutto coordinati temporalmente. Insomma, volete darci una maledetta stabilità di regole, chiare, pulite, definite, dove ben venga la Guardia di Finanza a verificare se ho agito per il bene pubblico o meno. Ci sto a prendermi delle responsabilità, piene, ma non in un mondo fatto di “mimumaforselavirgola”. La deregulation passa anche per una qualità del lavoro riconosciuta, per una meritocrazia di cui ci si riempie la bocca ma che nella realtà non esiste, per una formazione vera e riconosciuta ai RUP, per una dignità di ruolo di pubblico ufficiale (ANAC ipse dixit) che viene quotidianamente svilita. Un mio docente, che continua a formare RUP, per fortuna, usava dire: la corruzione si nasconde nell’ignoranza.

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