Il diritto, quando ancora si concedeva il lusso della prudenza, guardava all’innovazione con l’aria assorta dell’architetto dinanzi a un materiale sconosciuto: non lo adottava per entusiasmo, né lo respingeva per timore.
Lo osservava, lo rigirava tra le categorie come un campione da laboratorio, ne saggiava la tenuta concettuale con la discrezione di chi sa che ogni struttura, prima di elevarsi, deve convincere la gravità.
E solo dopo averlo lasciato maturare – perché anche le rivoluzioni, se non vogliono creparsi al primo assestamento, hanno bisogno di stagionatura – gli affidava, con misurata diffidenza, la responsabilità di reggere una parte dell’edificio giuridico.
Oggi, dinanzi all’intelligenza artificiale, l’impressione potrebbe essere rovesciata: è il materiale a correre più veloce dell’architetto.
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